Situato nel cuore del Parco del Ticino, Il Ristorante La Ferla nasce all'incirca una decina d'anni fa. Attualmente la gestione del ristorante è affidata alla Chef Mario che non è proprio un novizio di questo mestiere, sebbene non sia nato professionalmente come Chef.

Ha lavorato per parecchi anni in un ristorante con annessa pizzeria di sua proprietà in quel di Gambolò fino a quando, per motivi familiari, ha dovuto cedere l'attività. Ha prestato quindi operato per qualche anno in diversi locali della zona fino all'estate dell'anno scorso quando è andato a lavorare per un famoso ristorante à la carte della Bergamasca.

Il suo sogno però è sempre stato quello di avere un locale intimo, rustico, accogliente, dove poter gestire la cucina personalmente in modo da soddisfare la clientela affezionata nel miglior modo possibile.

Ecco il perchè quindi del Ristorante La Ferla. Un ambiente intimo, particolare, disposto su due piani con 2 sale della capienza rispettiva di circa 35 e 45 coperti l'una. La sala al piano superiore è dotata inoltre di un bellissimo camino che durante l'inverno conferisce un'atmosfera quasi magica, perfetta anche per delle cene a lume di candela.

Tutto l'arredamento presente all'interno del ristorante è particolare e riguarda oggetti tipici della Lomellina, oggetti che molti anni fa erano di uso comune nelle campagne della zona e che ora possono essere considerati quasi dei reperti storici.

Il Ristorante La Ferla si trova nel contesto urbano del comune di Gambolò, di cui vi diamo alcuni accenni:

L'origine del nome

Il nome di Gambolò presenta un'origine abbastanza chiara ed accettata da quasi tutti gli storici; questo vocabolo appare composto dalle parole latine "Campus" e "atus", che descrivono la natura pianeggiante del terreno. Alcuni suggeriscono anche l'interpretazione di "Campus Laevus", come Campo dei Levi, popolazione stanziata tra Vigevano e Lomello.

Cenni storici

La torre del Castello

Le prime testimonianze della presenza umana nel territorio di Gambolò risalgono al Mesolitico recente (5500-4500 a.C.), e sono state individuate lungo la sponda destra del Terdoppio, in zona Dosso della Guardia. Successivamente, nell'età del Bronzo medio e tardo (2000-1900 a.C.), un significativo villaggio si sviluppa sempre sui dossi del Terdoppio. In seguito, questo territorio conosce un notevole fenomeno insediativo in epoca celtica, in particolar modo dalla seconda metà del III secolo a.C., quando sorgono numerosi villaggi, testimoniati da necropoli (Dosso della Guardia, Belcreda) spesso ricche di corredi significativi.

Con l'epoca romana continua la vita di questi villaggi, arricchiti dagli apporti di conoscenze tecniche e culturali dei coloni romani. Gambolò viene associato ad un campo romano fatto costruire, secondo la tradizione, da Publio Cornelio Scipione all'epoca delle prime vittorie di Annibale, addirittura in data prossima alla battaglia "ad Ticinum" (218 a.C.). Le origini romane vengono confermate da alcune strutture che si sono conservate fino ai giorni nostri: nella forma castrense sono evidenti il "Cardo" e il "Decumanus", nonché la piazza pressoché centrale ("Forum"), tre delle quattro porte originarie, la circonvallazione esterna ed una parte del fossato. Alcuni ritrovamenti che risalgono alla fine del I sec. a.C. (corredi funebri e are votive reimpiegate nelle murature della chiesa di S. Eusebio) documentano altresì la presenza romana.

Note su Gambolò si ritrovano in carte del X e XI secolo. In particolare, la prima volta che il nome del paese compare nella storia è nel 999, in un documento in cui si dice che un certo "Ademarus de Gambolate" deve risarcire il vescovo di Vercelli Leone dei danni arrecatigli. Il castello viene citato per la prima volta cento anni dopo, nel 1099: la fortezza accoglie al sicuro gli abitanti del villaggio e della campagna circostante. Ma il documento più importante è una bolla del Papa Innocenzo II del 1133 che conferma all'allora vescovo di Novara l'appartenenza di questo territorio alla sua diocesi: il paese viene chiamato "Campus Latus", che può essere associato alla forma originaria del nome. I documenti, fra il X ed il XIII secolo, rivelano la presenza di numerose chiese, ed in particolare di due pievi: quella di San Pietro, relativa in origine all'abitato, scomparso, di Masovico (attuale zona di San Pietro), di diocesi novarese, e quella di Sant'Eusebio, invece, pavese: curiosa compresenza in un territorio relativamente ristretto. Alcuni indizi, come la dedicazione, la persistenza su zona archeologica, romana e tardo antica, e, per San Pietro, l'estensione del piviere, permettono l'ipotesi che le due pievi siano estremamente antiche, e possano davvero appartenere ai primi secoli della diffusione del Cristianesimo nelle campagne del nord Italia.

Dal basso medioevo il borgo appartiene ai conti di Lomello. Il castello di cui parlano le cronache sorge presumibilmente intorno al secolo XII, con le caratteristiche del receptus medievale: una cortina muraria fortificata e rafforzata da torri intermedie circonda, proteggendole, l'abitazione del signore del luogo e un numero imprecisabile di piccoli edifici minori adibiti ad abitazione di servi e contadini e ad altri servizi indispensabili alla vita della piccola comunità, quali il mulino, il forno, la chiesa e qualche laboratorio artigiano.

Dal punto di vista politico, le fonti rivelano come il paese graviti già dai secoli X e XI nell'orbita pavese, come sembra confermare la piena integrazione sociale a Pavia sia della famiglia notabile detta proprio "Da Gambolò", e sia di quelli dei "Da Belcreda". Nell'ambito degli scontri per la supremazia in Lombardia, Gambolò viene danneggiata più volte dai milanesi: nel 1157 da Guido di Biandrate, che saccheggiò il paese e ne distrusse il castello, ed in seguito nel 1213 e nel 1253, sorte condivisa dalla quasi totalità dei piccoli abitati medievali lomellini. Finchè i milanesi, guidati dai Visconti, non riescono, alla lunga, a domare l'antagonista Pavia. Il feudo di Gambolò perviene ai Beccaria e viene poi dato da Galeazzo Maria Visconti a Francesco Pietrasanta.

Fra basso Medioevo e Rinascimento la zona rifiorisce, grazie a bonifiche e canalizzazioni che valorizzano la campagna. Con l'avvento degli Sforza e la successiva perdita del ducato a favore dei francesi passa, nel 1499, nelle mani di Gian Giacomo Trivulzio, maresciallo di Luigi XII, marchese di Vigevano e conte di Mesocco. Il feudo resta per breve tempo ai Trivulzio, pervenendo nel 1513 al cardinale Matteo Schiner cui vieve donato, insieme con Vigevano, da Massimiliano Sforza in cambio dei favori ricevuti. Nel 1573 i nobili Litta Visconti Arese acquistano dalla Corona spagnola il feudo di Gambolò per la somma di 60.400 lire. Da qui inizierà una lite tra la famiglia Litta e il Comune per il possesso del Castello, che i nobili intendono trasformare in una residenza signorile; la proprietà di quest'ultimo verrà completata soltanto due secoli più tardi, e ai Litta rimarrà fino ai giorni nostri.

All'epoca viscontea (secoli XIII e XIV) risale, principalmente, la fase attuale del Castello. Le prime notizie certe circa le caratteristiche e le dimensioni del castello appaiono nel secolo XV. In tale epoca il complesso fortificato ha pianta quadrilatera, torri tonde ai quattro angoli e altre quattro torri minori quadrate al centro dei lati, i cui muri hanno base scarpata e la parte sommitale coronata da un'ininterrotta merlatura ghibellina, posta a protezione di un cammino di ronda. L'ingresso si apre sul lato orientale, difeso da un robusto rivellino munito di ponte levatoio (probabilmente su questo lato le torri intermedie sono due, in una delle quali è inserito l'ingresso). Nella torre di nord-est trova posto la prigione; di fronte a questa sorge probabilmente la cappella. Nel settore nord-occidentale sorgono gli edifici nobiliari. Nello spazio superstite trovavano posto le casupole del popolo, divise da strette viuzze disposte con regolarità geometrica, i cui nomi sono giunti fino a noi.

Così si presenta il complesso allorché lo stesso viene infeudato, nel 1573, ad Agostino Litta, che ne assume anche il titolo comitale e che dà corso alle prime ristrutturazioni, dapprima parziali, poiché, entro la cerchia muraria, sussistono terreni di proprietà privata, per i quali si genera una controversia destinata a durare alcuni secoli. Nell'ultimo scorcio dello stesso secolo buona parte delle abitazioni private viene abbattuta per far posto all'attuale palazzo signorile, utilizzando in parte le strutture preesistenti. Viene progettato il porticato sul lato posteriore (volto a ponente) che va dal palazzo alla torre sud-occidentale (denominata Mirabella) che subisce a sua volta un rilevante sopralzo e viene dotata alla sommità di una balconata in ferro. Con l'avanzare dei secoli e l'avvicendarsi dei successori di Agostino Litta i lavori proseguono. Viene ultimato il viale d'ingresso orientale, vengono modificate alcune torri, viene terminato il porticato occidentale. Verso la fine del secolo XVII un portale barocco sostituisce il rivellino d'ingresso, mantenendo però il ponte levatoio. I lavori possono dirsi ultimati nel secolo successivo, quando tutto il complesso castrense è interamente proprietà dei Litta e ha ormai acquisito l'aspetto definitivo, che si può vedere oggi.

Nel 1672 arrivano le spoglie di S. Getulio, riesumate l'anno precedente dalle catacombe di Roma. Il Santo, originario di Gabi, nel Lazio, martirizzaro dall'imperatore Adriano nel 124,, diviene il patrono del paese. Nel XIX secolo alcune vicende d'armi toccano Gambolò: il 21 marzo 1849, quando si combatte la battaglia della Sforzesca, il I Reggimento della Brigata Savoia tiene testa alle brigate austriache Strasoldo e Wohlgemuth; nel 1859, durante la seconda guerra d'Indipendenza, un drappello di ulami austriaci, in ritirata, compie un'incursione in paese.

Personaggi illustri

Fra i personaggi illustri si ricordano Ugo de Gambolate, giurista attivo a Pavia fra l'XI e il XII secolo, i fratelli Giulio (1806-1846) e Giuseppe (1805-1874) Robecchi, eroi del Risorgimento e Gemma Biroli (1901-1983), poetessa, pensatrice e pittrice.

Le attività economiche

Gambolò oggi è un paese agricolo ed industriale, pieno di iniziative e di tradizioni.

I monumenti e le opere d'arte

Una porta della città

Oggi, delle sue opere difensive murarie rimangono solo tre delle quattro porte che contrassegnano i limiti della geometrica struttura urbana con quella del castrum romano: sono denominate Porta Milano, porta Torino e Porta Genova, secondo la direzione verso cui sono rivolte.

Il Castello (nella foto in alto la torre), caratterizzato soprattutto dall'ingresso principale, costituito dallo scenografico portale barocco che, sopra l'arco a sesto ribassato, porta ancora le insegne del casato cui è dovuta la costruzione. Ai lati delle armi dei Litta si notano le sedi dei bolzoni del ponte levatoio; al centro, nella parte alta, un oculo circolare inserito in un archivolto strombato dà movimento alla facciata sostenuta da quattro lesene coronate da capitelli. Nell'ala seicentesca del palazzo è ospitato il Museo Archeologico Lomellino, in cui è possibile trovare significativi reperti della presenza umana in Lomellina dal 5500 al 25 avanti Cristo.

Seguendo la cintura muraria esterna in senso antiorario si incontra, sul lato nord, un ponte in muratura che ha sostituito la torre quadrata centrale, alla cui destra sono osservabili le propaggini esterne del palazzo signorile. La sezione estrema di questo, prima dell'alta torre angolare, può essere considerata l'unico resto autentico dell'edificio quattrocentesco. Il fronte occidentale, interamente secentesco, presenta, addossato alla torre, un ingresso pedonale munito di ponte levatoio, situato a notevole altezza da terra e di insolita lunghezza. Tale ponte permetteva il superamento del fossato e aveva sbocco sul terrapieno posto tra il fossato e la parallela roggia. Nell'Ottocento davanti a quest'entrata pedonale viene eretto un secondo ingresso in stile barocco, poi parzialmente distrutto con l'apertura della via alzaia - l'attuale via della Roggia - e definitivamente ricostruito negli anni Settanta. Scomparsa la torre centrale, a metà del lato occidentale è rimasto un corpo lievemente sporgente, in corrispondenza della parte terminale del palazzo. I successivi cinquanta metri costituiscono la parete posteriore del loggiato che poggia, all'angolo sud-ovest, sulla torre Mirabella. Il lato sud, sicuramente il più rimaneggiato (i merli vengono ricostruiti nel corso dei restauri operati negli ultimi decenni), conserva la torre centrale, ora tonda, come pure tonde sono la torre all'angolo sud-occidentale e la successiva intermedia sul lato nord-orientale.

Cuore del paese è la piazza principale dove prospettano eleganti edifici e la Chiesa parrocchiale, versione adattata ed ampliata della più antica San Gaudenzio, fatta risalire all'inizio del XII secolo e successivamente modificata (1547). In questa chiesa vengono insediati, già nel 1153, a spese della comunità, tre canonici, che arrivano a sei nel 1580. E' da segnalare la presenza di San Carlo Borromeo che, nel 1578, vi insegna il catechismo. La costruzione della torre campanaria, che nell'ultimo secolo ha subito vistosi rimaneggiamenti, inizia nel 1510 su una precedente. La chiesa viene dedicata ai Santi Gaudenzio ed Eusebio nel 1832, in seguito ad una bolla di Papa Gregorio XVI. Viene restaurata ed ampliata nel 1897 dall'architetto Castelli, che la porta alle forme attuali.

Di notevole interesse è anche la chiesa di Sant'Eusebio, il monumento più vetusto ed insigne della fede di Gambolò: viene innalzata tra il V ed il VI secolo sopra un tempio romano dedicato a Minerva. A pochi metri dalla chiesa, c'è una chiesetta dedicata alla "Madonnina" del Terdoppio. Proseguendo, si passa di fronte alla chiesa della Stradella (XVII sec.) e si arriva alla chiesa di San Paolo, che raccoglie l'omonima confraternita. Vi sono poi altre due chiese, San Rocco e Santa Maria, sede di confraternite, caratterizzate da riti e tradizioni che il progresso non ha scalfito.

Nei dintorni

Il territorio comunale comprende, oltre al capoluogo, le frazioni di Belcreda, Remondò e Garbana, le località Molino d'Isella, Stradella e parte di Casone dei Peri.

Gli eventi e le manifestazioni

La festa patronale si tiene la quarta domenica di ottobre, mentre a luglio si tiene la Sagra del Fagiolo.

Per saperne di più...

... è possibile "visitare" il sito Internet www.comune.gambolo.pv.it.

 

La Lomellina

Una piccola parte della Pianura Padana, nella zona sud-occidentale della Lombardia, è designata con il nome di "Lomellina"; è un'area pianeggiante e fertile di circa 1.250 kmq, interamente compresa nella provincia di Pavia; su tre lati ha confini naturali che la delimitano chiaramente: il Sesia ad ovest, il Po ad ovest e a sud ed il Ticino ad est; il confine a nord è rappresentato dalla cosiddetta "linea dei fontanili". Questo territorio è diviso in tre "fette" dai torrenti Agogna e Terdoppio (anticamente pare vi fossero anche i torrenti Dirumplo, Lamposo e Solaro, di cui si hanno nebulose notizie e che probabilmente sfociavano nel Po): la zona occidentale è compresa tra il fiume Sesia ed il torrente Agogna, quella centrale tra i torrenti Agogna e Terdoppio, e quella orientale tra il torrente Terdoppio ed il fiume Ticino. In epoca romana queste tre zone erano denominate rispettivamente "Cottuda", "Alliana" e "Siccomaro".

La Lomellina è un mosaico di 60 comuni; Vigevano è il centro più importante e, con la meravigliosa Piazza Ducale ed il vastissimo Castello visconteo, anche quello di maggiore attrazione turistica. Ma anche il mondo rurale e molti altri centri minori, piccoli paesi e cittadine, spesso a torto considerati poveri e carenti di attrattive dal punto di vista storico, artistico, culturale ed ambientale, sono, al contrario, più di quanto comunemente si creda, ricchi di testimonianze di ogni epoca, che nella varietà del paesaggio custodiscono e riflettono una loro propria identità. Infatti, questo territorio ha mantenuto una sorpredente unità, malgrado la sua posizione di marca di confine, di terra di passaggio tra potenze per secoli e secoli in lotta fra loro. Unica eccezione è Vigevano, tutta milanese, che ha proprio una storia a parte. Questo carattere di terra-ponte, non più piemontese e non del tutto lombarda, è ancora visibile a chi percorra in lungo e in largo la Lomellina. Questa terra ha altresì legato il suo nome ad alcuni famosi personaggi, che hanno lasciato la propria impronta nel percorso della nostra storia nazionale.

Campo di pioppi con i papaveri

In Lomellina si coglie molto bene il mutare delle stagioni: bianca di brina o di neve in inverno, con il "mare a scacchi", come viene definito lo straordinario specchio delle acque nelle risaie in primavera, calda e molto verde d'estate, e "dipinta" con mille tonalità di colori in autunno. La primavera e l'autunno sono i periodi migliori per visitare questo fazzoletto di terra, a volte spettacolare, scegliendo fra diversi itinerari e numerose possibilità: le escursioni a piedi o in bicicletta, la visita alle importanti testimonianze del passato, le passeggiate a cavallo, le discese in canoa sul Ticino, il "fiume azzurro", o la caccia fotografica nelle numerose aree protette che sono disseminate nel territorio. Inoltre, durante tutto l'anno è possibile partecipare ad innumerevoli sagre e feste popolari, spesso di antica tradizione, che uniscono aspetti religiosi ad altri gastronomici e ricreativi.

Tutti questi argomenti sono descritti in maniera più dettagliata nelle pagine di questo sito Internet, anche se il lavoro qui presentato necessita di diverse integrazioni e di continui aggiornamenti. L'obbiettivo principale è quello di suscitare motivi di interesse o di curiosità per questo fazzoletto di terra e per la gente che vi abita, sempre cordiale ed accogliente. Ora non rimane che invitarvi calorosamente per una visita nella nostra Lomellina: state certi che non rimarrete delusi!

Il territorio e l'ambiente

La Lomellina, dal punto di vista geomorfologico, risale all'era quaternaria. Il territorio, fertile e pianeggiante, è caratterizzato dai lunghi filari dei pioppi, che delimitano le grandi estensioni dei campi e scandiscono il ritmo del tempo. Questa campagna è stata coltivata per diversi secoli principalmente a frumento, mais e foraggio; tuttavia, oggi, la Lomellina è il regno del riso e, grazie a ciò, la provincia di Pavia è la prima produttrice risicola italiana.

In origine, l'area fu modellata da fiumane che depositarono sabbia e ciottoli formando dossi, conche e avvallamenti che si conservarono, costellati di paludi e boschi, fino al Medioevo. L'ambiente che vediamo oggi è frutto di un lavoro che l'uomo ha intrapreso fino a rendere queste terre fra le più fertili del mondo. Infatti, nulla di questo tranquillo paesaggio è naturale: tutto è stato costruito, trasformato ed organizzato dall'uomo con infinita e secolare pazienza. Per natura questa terra di risorgive è stata per secoli un'impraticabile palude, ma le comunità dei monaci nel medioevo, che bonificarono la zona introducendo le marcite, la colonizzazione feudale nel duecento e le grandi riforme agricole introdotte dagli Sforza, che sperimentarono la coltivazione del riso, hanno fatto di questa zona un mosaico di ricchissimi campi di cereali. Al servizio di questa estensione di coltivazioni, a fianco dei tre fiumi naturali che delimitano la Lomellina, è stato organizzato un complesso sistema idrico di rogge e canali, che hanno dato vita alla costruzione dei mulini, e sono sorte le cascine "a corte chiusa", tipici insediamenti rurali della Pianura Padana.

Campo di papaveri

Questo habitat lentamente sta recuperando il suo equilibrio biologico; sono stati compiuti alcuni significativi passi nella conservazione delle aree ambientali di un certo interesse naturalistico e tuttora diverse zone stanno per essere recuperate dal punto di vista ambientale; il primo e più importante passo compiuto è stata la costituzione del Parco Fluviale del Ticino, di primaria importanza per la conservazione di molte specie di piante e di animali. Particolare attenzione è stata rivolta alla protezione delle diverse garzaie, e sono stati conservati alcuni boschi con vegetazione autoctona della Pianura Padana; tra questi ricordiamo:

Tra le aree in fase di costituzione o di rimboschimento ricordiamo la "Lanca dell'Agogna Morta", tra Nicorvo ed il confinante comune piemontese di Borgolavezzaro.

La gastronomia e i prodotti tipici

La tavola lomellina, fino alla metà del XX secolo, è fortemente influenzata dalla civiltà contadina della risaia, dell'orto, dei fiumi, dei torrenti e dei cavi irrigui, degli animali allevati nelle cascine o cacciati nei boschi. Una cucina "paesana" e "povera", fatta di piatti semplici, poco elaborati e, questo è il requisito fondamentale, preparati con prodotti forniti direttamente dalla campagna o dall'allevamento nostrano. Semplice, economica, genuina, ma anche molto originale ed appetitosa, dai sapori concreti e robusti, sempre gustosi e nutrienti, la cucina delle nostre parti merita di essere riscoperta anche dai più giovani, spesso ignari delle tradizioni della propria terra.

Gli antipasti

Gli antipasti si basano soprattutto sui salumi nelle diverse produzioni; due in particolare meritano attenzione: il "Salam d'la duja", il tipico salame di maiale conservato sotto grasso nelle olle, caratteristici recipienti in terracotta dall'imboccatura ristretta, e, soprattutto, il famosissimo salame d'oca, d'obbligo assieme ai prelibati patè.

Ed inoltre non possono essere tralasciati il classico "bagnetto", le varie frittatine, i funghi sott'olio, l'insalata di nervetti ed il pesce in carpione.

Un'altra insalata, molto comune in Lomellina, è quella di fagioli borlotti; questa varietà di fagioli grossi e tondi, con venature rosee, è l'ideale (come vedremo) anche per minestroni e risotti. In passato, fino all'avvento della crisi della piccola proprietà agricola, il fagiolo borlotto era molto coltivato nelle nostra zona. Le sue proprietà nutritive, ricostituenti ed energetiche, sono davvero notevoli: la pellicola contiene la maggior parte degli enzimi necessari alla sua digestione e assimilazione, l'interno è ricco di sostanze azotate, proteine e sali minerali, vitamine B e C.

I primi piatti

Il risotto con la salsiccia

Nei primi piatti la fa da padrone il riso, che troviamo nei minestroni e, soprattutto, nei risotti, che si ottengono facendo tostare il riso in un soffritto di lardo, cipolla tritata e pasta di salame, bagnando il tutto via via con buon brodo di gallina. La ricetta base si presta poi ai più fantasiosi abbinamenti: ecco dunque nascere il "risotto giallo", il riso con i "fagiolini dell'occhio", con le "barlande" (erbette dei prati), con i funghi porcini, con le tinche, con le quaglie, con gli asparagi, con la trippa e con le ortiche. Caratteristici della zona anche il delicatissimo risotto con le rane ed il "risotto arrostito". Comune anche il riso e latte.

Per quanto riguarda i primi di pasta, possiamo citare di ravioli ripieni di arrosto e conditi con il sugo, le lasagne con le rigaglie, i tagliolini con gli asparagi e le farfalline con panna e funghi.

Passando alle minestre, oltre al classico minestrone, molto comune sono il riso e fagioli e la pasta e fagioli, il riso con le erbette, il riso con gli asparagi e la crema di asparagi; più ricercati sono la trippa in brodo, la zuppa di ceci (che si gusta tradizionalmente a novembre per il giorno "dei morti"), la zuppa di cipolle, la zuppa di rane ed il riso con la coratella.

Come si è visto, un altro prodotto tipico della Lomellina è l'asparago, la cui coltivazione non è semplice, in quanto necessita di terreni leggeri di fondo sabbioso ma ben profondi e concimati. La maturazione di questo ortaggio nelle sue molteplici varietà è inoltre lenta e irregolare e la raccolta e il confezionamento piuttosto laboriosi e impegnativi. Le sue molte virtù ripagano comunque abbondantemente gli sforzi: leggerezza e digeribilità sono le sue caratteristiche più note, insieme con le sue proprietà diuretiche e digestive. Le sue radici ricche di sostanze amare, acetato e fosfato di potassio, hanno inoltre proprietà antiasmatiche, antireumatiche, cardiotoniche, biliari e sedative.

Un piatto ormai pressoché scomparso è la minestra di pan grattato, nel dialetto locale panada: proveniente dalla cucina povera della vicina Milano, un tempo non mancava mai nel pranzo pasquale.

I secondi piatti

Lumache e rane sono la base dei piatti più tradizionali della Lomellina, tanto raffinati e prelibati da divenire quasi introvabili. Pietanze a base di maiale, manzo e oca e gustosi pesci del Ticino (anguille, trote, tinche, carpe e le tanto decantate bottine) completano il sostanzioso quadro. La polenta, giornalmente presente in passato sulla mensa come del resto presso tutte le popolazioni contadine, si può accompagnare con quasi tutte le pietanze che seguono. Particolarmente caratteristica polenta e sarach, immancabile nei tempi andati sulle tavole dei poveri.

Come secondi piatti si può trovare una vasta gamma di specialità a base di maiale, per combattere il clima freddo e umido della zona. Del suino si utilizza proprio tutto, lo dimostrano i molteplici impieghi di tutte le sue parti: coppa fresca, arista, lonza, braciole, tempia, scottadino, zampino, orecchie, cotenna, cuore, fegato, polmone. Tutti gustosi allo stesso modo, e spesso davvero originali, dal cotechino al salame di pasta buona, dal marzapane alla salsiccia, questi piatti rispettano una tradizione antichissima perché in tutta la Lomellina era consuetudine ogni anno ammazzare il maiale (la tradizionale purslatada), che costituiva così una riserva alimentare per tutta la famiglia. Oltre ai salumi vari, ricordiamo il "ragò", un piatto a base di verze arrosto con costine e cotenne di maiale, o la frittura da accompagnare alla polenta.

Un altro caratteristico piatto, ormai scomparso dalle tavole lomelline, è la frittura di sangue di pollo, mentre si trova spesso il bollito.

La selvaggina trova spazio con la lepre in salmì e con il fagiano alla cacciatora, i funghi sono presenti con i chiodini, che abbondano in campagna, cucinati con salsiccia, lombo e polenta, il cotechino con le lenticchie o la purè. Altrettanto invitanti sono i piatti con le lumache e con i caratteristici pesci nostrani: Carpa, Luccio, Tinca, Anguilla, pescati con piccole reti nei cavi irrigui, o i prelibati i pesciolini di fine stagione fritti e croccanti.

Per non dimenticare gli animali allevati in cortile, l'oca, l'anatra, la gallina, la faraona, il tacchino.

Le erbe raccogliticce della campagna vengono cucinate al tegame con burro o nelle più svariate frittate (poco conosciuta, ma tipicamente locale la frittata con "luvartis", il luppolo selvatico), mentre gli asparagi vengono affiancati alle uova.

D'estate, a dominare la cucina locale sono le rane, gli inquilini più comuni di fossi e risaie; per molte generazioni di adolescenti è stata il primo oggetto di caccia e di divertimento nella tradizionale (e forse un po' primitiva) pesca alla rana. I diserbanti e gli anticrittogamici usati spesso in modo sconsiderato per eliminare le erbacce dalle risaie e il diverso trattamento dei terreni agricoli hanno compromesso la cospicua presenza del nostro anfibio, uno dei simboli della Lomellina. Le rane si possono gustare fritte, in guazzetto, con la frittata o nella zuppa.

I dolci

Le Offelle di Parona

Non si può davvero dire che la Lomellina offra una consistente tradizione dolciaria, tuttavia, in particolari occasioni, annovera alcune ricette originali e tipiche, per cui vengono sempre utilizzati i semplici e genuini prodotti locali: uova, burro, farina. Si cucinano in casa diversi tipi di torte: la "virulà" (bianca e nera) quella di riso, di pane e la torta paradiso. Ed ancora i biscotti Bramantini di Vigevano, i biscotti di riso ed il "dolce del Moro", la cui ricetta risale al tempo di Ludovico il Moro. Nel periodo carnevalesco è tradizione preparare anche le frittelle o le bugie ("galle").

Ed infine non possiamo dimenticare la regina dei dolci lomellini, una prelibata bontà fragrante e genuina: le Offelle di Parona.

 

Materiale prelevato dal sito http://www.infolomellina.net